Stagione 2018/19, Stagione 2019/20, storie di calcio femminile

"Avevo sei mesi per prepararmi a lasciare casa" di Melanie Kuenrath

Ciao, piacere, Melly. Mi hanno chiesto di scrivere una storia per spiegare il calcio femminile. Per spiegare bene il calcio femminile mi sento troppo giovane, però potrei raccontare un po’ la storia della mia vita.
Per far capire bene, sono nata in montagna, in Alto Adige, nella zona più a nord d’Italia.
Mi sono innamorata del pallone prima di essere stata capace di pensare. Oltre al pallone adoravo tutti gli oggetti rotondi, l’arancia, la mela o la palla di neve. Sono nata in una famiglia sportiva, appassionata soprattutto allo sci alpino. Ho imparato a sciare a tre anni e mi piaceva un sacco, ma appena vedovo rotolare giù una palla dalla montagna, il mio cuore iniziava a battere più forte.
Era un regalo di dio!
La passione del calcio poi è cresciuta alla scuola elementare. Ho iniziato a giocare con i maschi nel cortile, ci siamo divertiti tanto. Presto ho avuto il desiderio di giocare nel club del mio paese. Mi ricordo bene il giorno del mio primissimo allenamento con la squadra. Era un lunedì, ore 17:30, arrivo al campo (sono andata da sola, senza genitori), ma non c’era nessuno – strano. Mi hanno preso per il culo i miei compagni di classe, cavolo! Non mi volevano in squadra perché sono una femmina? Ho fatto finta di niente e ho preso una seconda rincorsa il giorno dopo. Il primo allenamento di squadra della mia vita, e mi sono divertita un sacco. Il mister era entusiasmato e mi ha offerto subito un posto in squadra. In poco tempo è diventato normale che fossi l’unica femmina in squadra, ero una di loro, siamo diventati amici stretti.
Sono passati un paio di mesi e sono riuscita a convincere una delle mie due sorelle a iniziare a giocare. In campo ci capivamo senza guard, e nelle partite abbiamo fatto un paio di gol insieme, mentre i maschi erano seduti in panchina. I maschi della squadra più grande (che avevano l’età di mia sorella più grande) iniziavano di parlare di noi: “oh guarda, le due sorelle di Carol sono più forti di tutti i maschi.”
Nel frattempo a scuola nelle pause si erano formati due “campetti” nel cortile. In uno giocava la quinta e nell’altro la quarta. Io ero in terza e inizialmente giocavo con la quinta, perché era la classe di mia sorella. Dopo un po´ però volevo giocare insieme ai miei compagni di classe, ma non abbiamo trovato nessuno spazio. Iniziammo a usare tutto il resto del cortile, che però era pieno di alberi, siepi e costruzioni di legno. Abbiamo messo un paio di scarpe da una parte un altro paio dall’altra. Una volta fissate le porte abbiamo incominciato a giocare per tutto il cortile, tra alberi, altalena e tutto il resto dei bambini. La cosa più bella era la divisione delle due squadre, che non è cambiata mai fino a quando non abbiamo finito le elementari. Eravamo divisi tra i tre più forti contro tutto il resto della classe. Era un tre contro dieci e io facevo parte del trio. Giocavamo così ogni singolo giorno, e ogni singolo giorno abbiamo vinto noi tre. Giorno per giorno, i dieci non si stancavano mai di perdere. Mi ricordo benissimo che già un’ora prima che cominciasse la pausa non vedevo l’ora di giocare e mi ricordo pure che non riuscivo mai a mangiare la mia merendina, le due fette di pane con la Nutella in mezzo, perché giocavo tutta la pausa.
Un sabato stavo malissimo, avevo mal di pancia, così forte, che mia mamma mi ha dovuto ritirare da scuola. Il pomeriggio tuttavia avevo la partita di calcio e non la volevo lasciare sfuggire per niente al mondo. Sfortunatamente abbiamo giocato contro la squadra in cui giocava il figlio della mia maestra di tedesco, la quale mi aveva visto piangere per mal di pancia un paio di ore prima. È venuta anche lei a vedere la partita e non si aspettava affatto di vedermi in campo. Nemmeno i miei volevano lasciarmi andare a giocare, ma io mi impuntai e ottenni il permesso. Appena la partita ha incominciato mi sentivo già meglio, abbiamo vinto 3 a 0, ho segnato anch’io e per di più ho fatto il tunnel al figlio della maestra, che aveva il doppio della mia altezza. Che bella sensazione ahahah!
Quel giorno ho capito che nello sport e soprattutto nel calcio avevo trovato un mio modo per sentirmi bene, per essere felice. Così ogni volta che stavo male, piangevo o mi prendevano per il culo le mie sorelle, andavo fuori casa a palleggiare. È in mezz’ora mi calmo.
Nei giorni in cui non litigavamo, con le mie sorelle avevamo tante visioni ed eravamo molto creative. Un giorno per esempio io e Debo abbiamo avuto l’idea di costruire una porta di legno con le misure ufficiali da calcio a sette per il nostro giardino. Abbiamo preso il legno da dietro casa e ci siamo messe con il metro e quattro tipi di seghe a formare due pali e una traversa. Siamo partite super motivate, ora dopo ora abbiamo capito che le nostre competenze architettoniche non erano sufficienti. Così ora dopo ora la nostra porta diventava sempre più piccola, finché abbiamo deciso di fare due porte piccoline di un metro per un metro. Alla fine è diventata una porta sola, piccolissima con due mini pali, la traversa e la rete fatta da Rafia. Anche se non era il risultato che desideravamo, eravamo un po’ orgogliose di noi stesse, eravamo orgogliose fino al terzo tiro in porta, nel quale si è rotta completamente. Lasciamo perdere! La cosa che volevo illustrare è che il calcio ha fatto sempre più parte nella mia vita.
Più sono cresciuta, sono migliorata e in campo mi divertivo sempre di più. Avevo i capelli corti e andavo a scuola sempre in tuta sportiva. Sembravo un ragazzo e di solito mi comportavo anche così. Ero così, per la gente che non mi conosceva bene, un po’ pazza di sicuro, ma mi sentivo bene. Mentre le ragazze della mia età iniziavano a truccarsi e pensare ai divi del cinema, io mi divertivo in campo con i maschi. Tuttavia, non era soltanto il calcio che mi stava a cuore, ma anche tanti altri sport, lo sci, il monociclo, il basket o il ping pong. Ogni sport e ogni roba che ho provato, la provavo per ore e ore fin quando non diventavo brava, e se ancora non ero brava, continuavo il giorno dopo. Qualsiasi cosa facessi, la facevo sempre con tantissima passione. Ho imparato che sbagliare non è un motivo per non raggiungere un obiettivo, ma smettere prima di averlo raggiunto invece si.
Ritorno al calcio! Ho giocato nella squadra maschile della mia zona fino all’età di 12 anni e in seguito sono andata insieme a mia sorella a giocare in una squadra femminile. La squadra femminile più vicina era a 40 km da casa nostra ed era anche l’unica della zona. Ci mettevamo un’ora per arrivare da casa nostra al campo con i mezzi pubblici.
Il calcio mi piaceva più di tutti gli altri sport, ma siccome nella mia zona il calcio femminile non era conosciuto non mi ero mai accorta che questo bellissimo sport sarebbe potuto diventare la mia professione. Questa idea me l’hanno fatto venire degli amici di Friburgo, che venivano da 30 anni in vacanza al mio paese. Prima hanno conosciuto i miei nonni, poi i miei genitori e negli ultimi anni hanno visto crescere me e le mie sorelle. Mi vedevano giocare a calcio e una volta mi hanno raccontato del calcio femminile a Friburgo. Mi raccontavano di un club forte, che giocava nella Bundesliga, e che facevano un ottimo lavoro nel settore giovanile.
Così un’estate sono andata lì per una settimana a fare il provino con l’Under 17. Ho visto un mondo per me completamente nuovo, strutture professionali e una società che lavorava bene – mi è piaciuto tantissimo. Dopo questa settimana il mister mi ha offerto un posto in squadra, però all’età di 13 anni non me la sentivo di trasferirmi da sola in un paese straniero. Così ho rifiutato l’offerta, però ho lasciato aperta la porta per l’anno successivo.
Nel frattempo in Alto Adige ho vinto il campionato femminile Under 15 tre anni di fila, mentre continuavo sempre ad allenarmi con i maschi.
Un anno dopo che avevo fatto il provino a Friburgo, ho avuto la possibilità di fare un provino col Bayern Monaco. E’ andato bene. Avevo la possibilità di scegliere tra Friburgo e Monaco. Siccome Monaco è molto più vicino a casa mia, confrontandomi con i miei genitori ho dato il mio ok al Bayern. Avevo sei mesi per prepararmi a lasciare casa. In questi mesi ho fatto anche il Torneo delle Regioni con la rappresentativa dell’Alto Adige, dove mi ha scoperto la nazionale italiana e mi ha invitato per il primo raduno.
Nell’estate 2014, di preciso il 28 luglio, all’età di 15 anni la ragazza cresciuta in un villaggio di 800 abitanti si è trasferita all’estero nella grande città di Monaco.
Da quel giorno le cose sono diventate più serie…

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