Stagione 2018/19, Stagione 2019/20, storie di calcio femminile

"Educazione Sassolese" di Francesca Imprezzabile

Avete mai pensato al calcio come scuola di vita?
No, nemmeno io, o almeno fino a qualche anno fa.
Voglio parlarvi della mia prima esperienza fuori casa.


Siamo nell’estate del 2017 e quest’anno a differenza di quello passato, sono in esilio tra le mura di casa mia non per punizione ma per scelta. Sì, l’annata precedente diciamo che scolasticamente parlando non è proprio andata come i miei genitori speravano. Detto ciò, avete capito bene, non avevo ancora varcato la soglia del mio cancello e le vacanze estive erano già iniziate da due settimane.
Non so di preciso cosa mi stesse succedendo, ma probabilmente qualcosa leggendo il libro di CR7 era andato storto.
Mi svegliavo all’alba e non lasciavo il pallone fino al tramonto, e tutto rigorosamente da sola. Mio fratello mi raggiungeva solo alle 7.00 di sera al campetto dopo aver passato il pomeriggio in piscina con gli amici. E fidatevi non è per esagerare, a ripensarci mi tocca dar ragione ai miei, ero diventata una psicopatica.
I miei compagni oramai avevano perso ogni speranza, non ci provavano nemmeno più a chiamarmi per uscire, però ricordo benissimo dove volevo arrivare.
Mancava un mese preciso dall’inizio della scuola e finalmente arrivò il momento che tanto attendevo. Eravamo a tavola tutti e cinque, quella sera mamma e papà erano anche in “buona”.
“Eccoci. Mà, Pà, voglio trasferirmi a vivere a Reggio” -(giocavo già nel Sassuolo che si allenava a Reggio Emilia)- “Sì, ci ho pensato bene, mi sento pronta a vivere da sola, a lasciare tutto, scuola, amici, tutto”
Scoppiarono tutti in una grassa risata, io di stucco e quasi irritata non capivo
Per gli amici ci sembrava di averlo intuito ahaha” ecco come se ne uscì mia sorella.
“Bhe cazzate a parte, mi sono rotta di studiare sul treno, di mangiare a scuola, di addormentarmi sul banco, di arrivare all’allenamento stanca e di cenare alle 11! Voglio solo giocare.”
Non mi diedero una risposta quella sera, cercarono un pò di spaventarmi facendomi l’elenco di tutto ciò a cui sarei dovuta andare incontro.
Fortunatamente dentro di me sapevo già di averlo convinti, se no mi avrebbero dato della pazza in seguito a un bel “NO” categorico. E per fortuna, se no tutte ore passate ad allenarmi come una masochista sotto 30º C per dimostrare quanto per me fosse importante il calcio non avrebbero avuto più alcun valore.
Ritirai fuori il discorso qualche giorno dopo. Li convinsi a chiamare la società per provare a fare richiesta, ma nessuna aspettativa, avevo solo 16 anni.
Dopo una settimana circa si fecero risentire per comunicarmi chi sarebbero state le mie coinquiline e che avrei potuto iniziare con la procedura per il trasferimento scolastico.
Ricordo ancora il primo giorno, arrivai in quella che sarebbe stata la mia nuova dimora per i due anni successivi e ad aspettarmi all’ingresso c’erano Zoi Giatras e Eleonora Rosso più comunemente chiamata “Red”. Appoggiai le valigie in stanza, feci il letto e accompagnai mia madre alla macchina. Mi vengono ancora i brividi, non tanto per quello che stavo per iniziare ma per la frase che mia madre pronunciò prima di chiudere la portiera: “tu prendi un’insufficienza a scuola, tu torni a casa e il pallone non lo vedi più! Hm ciao bella!”
Inutile dire che oltre ad essere stato l’anno più duro e allo stesso tempo più bello passato al Sassuolo, lo conclusi con una media dell’8 in quasi tutte le materie.
Feci la mia prima presenza in serie A, feci il mio primo anno fuori casa, arrivarono le prime convocazioni in U17, fu la prima volta per tutto.
Andò tutto alla grande, ma vi posso assicurare che non furono tutte rose e fiori. Oltre a tutti i bei momenti passati con i miei nuovi amici, alle mie compagne di squadra, nei miei ricordi sono rimaste anche le notti in bianco, le crisi di pianto, le telefonate rifiutate dei miei genitori per non fargli sapere quanto facesse male stare lontano da loro.
Tanti tanti sacrifici, tante cose nuove che non ero sicuramente abituata a fare.
Nel giro di un giorno imparai a fare la lavatrice che ogni sera avevamo come abitudine di stendere tutte assieme prima di andare a fare sogni tranquilli. Imparai a riporre ogni singola cosa che utilizzavo e a pulire dove sporcavo.
Ogni mattina fino a Dicembre dopo la colazione ricordo ancora la voce di Zoi risuonarmi nelle orecchie: “Impre, lo specchioo!” E allora mi alzavo, disinfettante e foglio di giornale alla mano e via di corsa in bagno
“Buongiorno anche a te Zoi” ridendo “ora vado a scuola, a dopo!”,“Impre, il pattume!” E allora torna in casa e porta giù il pattume.
Ci misi un pò ma imparai anche a lavarmi i denti senza sporcare lo specchio e a rispettare i giorni della differenziata.
Presi Zoi come punto di riferimento quell’anno, come esempio in campo e come sorella maggiore in casa.
Mi ritengo fortunata ad avere incontrato lei durante la mia prima esperienza fuori casa, probabilmente se fossi finita in casa con ragazze giovani non avrei imparato il vero significato di convivenza. È un’esperienza che fa crescere, che fortifica e ti fa capire quali sono i valori della vita.


Ho sentito persone dirmi “ tu fai solo ciò che ti diverti a fare”, a queste persone vorrei far capire che non è così.
Ciò che sembra in realtà non è, dietro ad ogni cosa c’è il lavoro sporco che nessuno vede.

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