Fuori dal campo, Stagione 2018/19, Stagione 2019/20

“Non esiste la Nazionale di calcio femminile, esiste la Nazionale femminile di calcio”

Giulia Domenichetti – Articolo pubblicato da Slow Futbol il 17 giugno 2020

Quando mi hanno chiesto di scrivere una rubrica sul calcio femminile non ho avuto alcun dubbio nell’accettare la proposta senza indugi. Scrivere sul calcio femminile mi viene abbastanza facile ho pensato, è il mio campo, la mia vita, e sarà un piacere condividere la mia esperienza e il mio sguardo con chi ne avrà la voglia. Immediatamente dopo trasformare nero su bianco l’entusiasmo iniziale non è stato semplice però e riflettendo su che cosa bisognerebbe dire sul calcio femminile mille spunti, stimoli e pensieri mi fluttuavano in testa.

Alla fine ho deciso di iniziare da quello, che, dominava con più chiarezza sugli altri e che, penso debba rappresentare la base di qualsiasi considerazione successiva.

La prima cosa da dire sul calcio femminile è che non esiste il calcio femminile. Ricordo ancora quando lessi questa riflessione : “non esiste la nazionale di calcio femminile, esiste la nazionale femminile di calcio.”

Sconcertante per me non averci riflettuto prima.

Le parole sono importanti, e il messaggio dietro queste provocazioni credo sia abbastanza intuitivo.

Il calcio giocato è uno, ed è sempre lo stesso a prescindere da chi lo pratica e ne disegna poi le sfumature (sfumature che esistono e che andremo a cogliere e trattare nei prossimi appuntamenti).

Se accantoniamo per un attimo le questioni tecnico-tattiche però bisogna analizzare le prerogative di un mondo che invece ha radici differenti rispetto al mondo del calcio maschile.

Partendo da questa premessa ti invito ad analizzare, se ti è mai capitato, il modo in cui ti sei posto o in cui ti poni nei confronti di una bambina, di una ragazza, di una donna, o di una squadra intera di “femmine” intenta a giocare a calcio.

È un momento nel quale l’attualità ci costringe a fermarci e a riflettere per forza sullo spinoso problema del razzismo e della disuguaglianza sociale e lungi da me voler trattare questi temi in una rubrica di calcio (femminile appunto!) ma se il calcio è sempre calcio allora innanzitutto penso sia doveroso evidenziare le disuguaglianze e i pregiudizi con i quali si è dovuta, e in parte si deve ancora, scontrare una donna che decide di intraprendere questa disciplina.

In fondo, al cuor non si comanda, e non si può decidere di chi innamorarsi.

Queste bambine non hanno scelto un pallone da calcio, è lui che ha scelto loro e lo hanno fatto prima ancora di avere modelli femminili nei quali riconoscersi, quando non c’era ancora la Juventus o il Milan, la Roma ecc… e le “ragazze mondiali” c’erano ma non le vedevi.

Ho scritto una volta : “provateci voi a sognare un sogno che non esiste”.

Difficile vero?

Eppure è proprio quello che hanno saputo fare le ragazze che vestono queste maglie oggi.

Il “pallone” ha scelto loro, dunque, non hanno potuto far altro che prenderne atto, e come tutte le storie d’amore complicate, osteggiate e difficili, se vanno avanti significa che c’è qualcosa di forte, di inevitabile: una forza inarrestabile.

Questa era la seconda cosa da dire sul calcio femminile.

Non so se, con l’avvento della visibilità mediatica e dei club maschili, questa prerogativa andrà persa, ma finora giocare a calcio per una bambina non era di moda, e sicuramente non intraprendeva questa strada per seguire le amichette. Lo dicono i numeri, in Italia le tesserate sono circa 30mila su 60 milioni di abitanti, in Olanda ad esempio ne contano 155mila su 17 milioni.

La ragazzina di paese che si ritrova nella squadra di maschietti va controcorrente, è una minoranza, probabilmente lo sente già, si sente forse a disagio all’inizio ma questo non la ferma, supera la difficoltà e la supera perché è già più forte.

Lo è perché in alcuni casi ha già dovuto convincere la mamma, il babbo, il fratello chi lo sa, perché ha già dovuto imporsi e autodeterminarsi.

La volontà è il motore più forte che possa esistere e più la usi e più cresce.

Forse sarà anche la più talentuosa o forse no, ma difficilmente mollerà perché per lei è passione, è Amore e divertirsi allenandosi per migliorare è quello che cerca.

Ora non dico che per i maschietti non sia così, sicuramente alcuni dimostrano la stessa tenacia e perseveranza, ma pochi, una volta entrati in quel campetto con la divisa addosso e un pallone tra i piedi, hanno la sensazione di aver già vinto la loro prima battaglia.

Solo per essere riuscite ad essere lì.

Quella ragazzina si accorgerà presto che si tratta solo della prima battaglia, e tutti i calci che tirerà a quel pallone saranno piccoli pezzi della battaglia più grande, quella perché le venga riconosciuta la dignità che merita.

Questo background giustifica la sostanziale differenza di atteggiamento per quanto riguarda l’approccio alla disciplina sportiva. Non a caso quasi la totalità degli allenatori che hanno fatto esperienza nel femminile venendo dal maschile hanno evidenziato un maggiore spirito di sacrificio, maggiore dedizione al lavoro, all’allenamento, al miglioramento, maggiore capacità di concentrazione e di focalizzarsi sull’obiettivo. (si parla sempre in generale ovviamente)

Che ruolo può avere la figura dell’allenatore in tutto questo?

La premessa appena fatta a mio avviso è fondamentale non per una mera questione “romantica” o narrativa, ma perché credo che per l’allenatore, educatore nel caso dei settori giovanili, istruttore, sia necessario prima di tutto avere cura e rispetto della persona e dell’aspetto psico emotivo dei suoi atleti, allievi. Vale per i bambini innanzitutto ma anche per gli adulti.

Non sempre è facile farlo nel migliore dei modi ma è doveroso provarci.

Quando si ha a che fare con una ragazzina o con una squadra di ragazze molti allenatori pensano di dover cambiare approccio perché essendo “femmine” siamo più permalose o più sensibili o cose del genere.

Che cosa vogliamo davvero invece?

Vogliamo (e mi ci metto dentro anche io perché ho smesso da troppo poco tempo per non sentirmi ancora coinvolta.) verità e trasparenza, e se il nostro allenatore non ci corregge per paura di farci rimanere male probabilmente ce ne accorgiamo e il feedback che manderemo non sarà dei migliori.

Vogliamo rispetto perché la nostra scelta di giocare a calcio è voluta e ponderata, non siamo lì per caso e perché per essere dentro a quel campo abbiamo già affrontato varie battaglie più o meno evidenti.

Rispetto non significa essere trattate da principesse, rispetto significa essere trattate da ciò che siamo in quel contesto, ossia atlete. Può significare anche non avere trattamenti di favore in determinate occasioni, rispetto significa avere davanti e intorno persone che sappiano e alle quali interessi, innanzitutto, da dove veniamo.

Vogliamo qualcuno che creda in noi, perché se lo dite ma non ci credete ci accorgiamo. Davvero, ci accorgiamo, è sicuro.

Se non ci credete non fatelo perché non funzionerà (ma poi vale solo per noi donne?!io non credo.)

Se invece ci credete andate avanti senza timori, parlate di calcio sul campo, insegnate calcio, quello non cambia per noi, ma se entrate in questo mondo per la prima volta entrateci con la sensibilità, la cura e il rispetto di chi entra a casa di qualcun altro, senza la pretesa di sapere già tutto, mettendo a disposizione la vostra esperienza, il vostro background, ma sempre con il desiderio e la predisposizione a conoscere il loro, si accorgeranno anche di questo.

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